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Jeremy Bentham e l'utilitarismo come scienza della felicità

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Jeremy Bentham credeva di avere scoperto l’unica, ovvia, inconfutabile dottrina morale destinata a spazzar via i pregiudizi, in primo luogo quelli religiosi, riassunta nel semplice principio della massima felicità del maggior numero. Un progetto condiviso da tutti gli Illuministi era la creazione di un codice di norme non imposto da un’autorità, accettabile per la coscienza o la ragione o i sentimenti di ogni individuo, che riconoscesse eguale valore a ogni individuo, che desse basi universalistiche alla convivenza fra esseri umani.

La peculiarità di Bentham è la centralità assoluta della nozione di felicità. La sua etica è eudemonologia o felicismo, cioè arte di promuovere la felicità. Parte dalla tesi psicologica che i moventi dell’azione per ogni individuo sono la ricerca del piacere e il rifiuto del dolore; dimostra poi come questi spingano alla ricerca della felicità, definita come una condizione che si estende sull’intero corso della vita in cui il saldo fra piaceri e dolori sia attivo. Parte anche da una sorta di egoismo psicologico, la tesi che l’individuo è motivato dalla ricerca del proprio piacere. L’etica normativa di Bentham è però il contrario dell’egoismo, è una forma di altruismo estremo che prescrive di giudicare le azioni sulla base delle conseguenze, cioè il piacere o dolore che causano a tutti, ove ognuno - compreso l’agente - conta per uno e quindi si ha il dovere di sacrificarsi per gli altri.
 

Prospetto

Conferenza in italiano con il Prof. Sergio Cremaschi.

Immagine: Flickr.com - Leonie Hochrein