Kaari Upson, artista statunitense originaria di San Bernardino, in California, è nota al pubblico europeo per la partecipazione alla 58a Biennale di Venezia (2019). Tra le voci più intense e originali della sua generazione, Upson ha sviluppato un linguaggio specifico in cui emergono la sperimentazione e l’uso di materiali non convenzionali, ma anche la multidisciplinarietà: di formazione pittrice, Upson lavorò estensivamente anche con scultura, video, disegno e installazione. Dal lavoro di Upson emerge un ritratto che, pur radicato nella sua biografia e nella sua terra d’origine, assume una dimensione insieme intima e universale della psiche contemporanea.
La mostra, curata da Francesca Benini e Taisse Grandi Venturi, abbraccia l’intera produzione dell’artista ed è articolata in cinque capitoli. Filo conduttore della produzione di Upson è la casa, lo spazio domestico, indagato quale luogo in cui si sviluppa l’identità delle persone e in cui si creano dei ruoli, autentici o fittizi. La mostra inizia immergendo il pubblico in una delle ossessioni che hanno segnato la produzione iniziale di Upson, il “Larry Project” (2005-2012): il progetto prende avvio dalla figura reale e al tempo stesso immaginaria di “Larry”, un vicino dei genitori dell’artista a San Bernardino, nella cui casa abbandonata Upson si introduce dal 2003. Con un approccio quasi forense, l’artista tenta di ricostruirne la vita e l’identità a partire da quello che l’uomo ha lasciato dietro di sé, trasformandolo in alter ego e schermo di proiezione di una ricerca in bilico tra ossessione, gioco di ruolo, trasgressione. Upson si relaziona a “Larry” riproducendo in lattice liquido una stanza della sua casa e ribaltandola, sovrapponendo e fondendo i reciproci ritratti, sezionandone il fantoccio; affiora così un universo in cui inversioni, sdoppiamenti e rispecchiamenti materiali dello spazio diventano il riflesso opaco e inquietante di dinamiche psichiche complesse.

Per Upson una possibile chiave d’accesso all’intimità delle persone sono le tracce materiali lasciate dai corpi su oggetti domestici, come divani e materassi. È così che Upson crea calchi di lattice da vecchi materassi trovati sulle strade di Los Angeles; il processo di copia conserva l’ombra delle vite di altri, vere o immaginate; la deformazione materiale e la disposizione innaturale delle strutture sdoppiate le rende a loro volta doppi di corpi, con pieghe e cedimenti. L’attenzione per il raddoppiamento ritorna nell’imponente installazione “THERE IS NO SUCH THING AS OUTSIDE”: Upson ha digitalizzato e ricostruito su larga scala la casa delle bambole appartenuta alla madre trasformando il modello domestico – un tempo luogo di gioco e intimità – in una cupa quinta teatrale, su cui mettere in scena conflitti e ruoli familiari e di genere tramandati per generazioni. Per Kaari Upson i legami di sangue portano anche riflessioni sulla malattia e sulla transitorietà: nei lavori degli ultimi anni lo sguardo dell’artista si sposta progressivamente dall’esterno verso la propria storia e il proprio corpo.
Quella al MASI Lugano è l’ultima tappa del progetto espositivo “Kaari Upson. Dollhouse”, prodotto dal Louisiana Museum of Modern Art, Humlebæk, in collaborazione con MASI Lugano e Kunsthalle Mannheim.
“Kaari Upson. Dollhouse. Una retrospettiva” è dal 06.09.2026 al 10.01.2027 al MASI, sede LAC.
Maggiori informazioni: masilugano.ch