Intervista a Silvia Bello Molteni, autrice e insegnante per il progetto IntegraTI

A fine 2020 è uscito il libro di Silvia Bello Molteni, insegnante per il progetto IntegraTI della Clinica Moncucco. Non sei solo (Salvioni) è la sua seconda pubblicazione, dopo la raccolta di racconti Di verso ostile (Salvioni, 2016), ed è un romanzo toccante, duro ma ricco di speranza, che invita il lettore a scoprire la storia di un giovanissimo rifugiato e della sua famiglia.
4 Maggio 2021
Maddalena Moccetti

La storia parla di Mahdi, ragazzino afghano costretto a fuggire dall’Iran, dove è cresciuto, per un meccanismo di vendetta legato alle famiglie dei suoi genitori. Mahdi ha imparato dal padre che è possibile trovare la pace solo in Europa: inizia così il suo viaggio verso la speranza.

Buongiorno Silvia, grazie mille per la disponibilità. Nell’introduzione spieghi che il protagonista del romanzo esiste davvero, ma hai modificato il un po’ la sua storia, inserendo testimonianze ed esperienze di altre persone rifugiate. Da quel che ho capito, molti rifugiati hanno timore a raccontarsi, spesso per paura di qualche ripercussione sui famigliari nel luogo di origine. Mi piacerebbe chiederti come hai fatto a venire a conoscenza della storia che ha dato lo spunto per scrivere Non sei solo.

Nel 2016 ho incontrato un giovane di origini afghane che mi ha raccontato brevemente la sua storia e quella dei suoi genitori. In alcuni passaggi del racconto la sua voce s’incrinava e ho percepito in quei momenti un enorme “non detto” di sofferenza, un’emozione che ho lasciato maturare in me (e forse anche in chi raccontava) il tempo necessario per conoscere altre storie come quella che avevo sentito e perché il giovane afghano riuscisse a diplomarsi e inserirsi nel mondo del lavoro ticinese.

Nel 2018 ho chiesto quindi allo stesso ragazzo se voleva raccontarmi la sua storia nei dettagli per poterne scrivere un romanzo. “Sì, te la racconto,” mi ha risposto “perché adesso che sto bene, rischio di dimenticarla e non voglio”. L’unica condizione che mi ha posto è stata quella di rimanere anonimo.

Dopo tre mesi di ascolto, a puntate, della sua storia e di quella dei suoi genitori, ho iniziato la stesura del romanzo, tenendo fede al tono e all’emozione che hanno guidato le sue parole e nel rispetto del “dono” che avevo ricevuto. Scrivere la storia che qualcuno ti affida è una grossa responsabilità, soprattutto se ci sono parti mancanti o dolorose da raccontare. Per tutelare chi mi ha “dato in mano” la sua vita ho dovuto romanzare buona parte del racconto, cercando però di seguire lo sviluppo degli eventi che avevo ascoltato, e inoltre, per scrivere una storia plausibile, ho dovuto anche approfondire le mie conoscenze sull’Afghanistan e sull’Iran.

La storia di Mahdi, il ragazzino protagonista che scappa dall’Iran e trova rifugio in Svizzera, è prima di tutto la storia dei suoi genitori, costretti a lasciare l’Afghanistan per motivi religiosi/culturali e fuggire da un meccansimo di vendetta famigliare. Secondo te, vicende come questa sono molto ricorrenti?
Non saprei dire se il motivo di fuga dei genitori di Mahdi, e di Mahdi stesso, siano vicende ricorrenti; quello che ho capito, lavorando con persone rifugiate in Ticino, è che dietro ad ogni fuga e ad ogni richiesta di asilo c’è una storia personale che spesso accompagna i problemi politici di una nazione e tante volte, come nel caso di Mahdi, li supera. La fuga dal proprio Paese è qualcosa di molto personale.

In Iran, Mahdi cresce bene, ma, leggendo il romanzo, si percepisce una difficoltà di accettazione degli iraniani nei confronti degli afghani, che sperimenta lui stesso a scuola diverse volte. Qual è l’origine di questo vissuto?
Ho scritto tenendo fede alle esperienze di Mahdi e ai suoi vissuti di profugo afghano in Iran dove, nel periodo in cui è ambientato il romanzo, gli afghani arrivavano già da anni, la maggior parte clandestinamente, e tutti in fuga da guerre e povertà. L’Iran è un paese enorme e assorbe i profughi afghani secondo le proprie leggi e con le proprie strutture socio-economiche: per molti afghani rappresenta un paese dov’è possibile lavorare e costruirsi un futuro (Mahdi andava a scuola, aveva amici e viveva bene, nonostante fosse afghano), l’accoglienza però, in Iran come in tutto il resto del mondo, non è un concetto condiviso allo stesso modo da tutta la popolazione autoctona.

Per arrivare in Europa, Mahdi è costretto ad affidarsi ai passatori, persone ambigue le cui azioni sono raramente mosse dal desiderio di aiutare chi deve scappare, ma piuttosto dai soldi. Questi ragazzi, con quali garanzie cominciano la loro fuga?
Non so molto su questo argomento ma, ascoltando la storia del viaggio fatto per arrivare in Europa, ho capito che la paura di Mahdi nei confronti dei passatori era reale. Per tante persone fare il passatore è un lavoro che garantisce la sopravvivenza e spesso anche una certa ricchezza. Da quello che raccontava Mahdi, le persone che fuggono dall’Afghanistan, o da altri paesi in difficoltà, partono con l’idea di una meta, ma senza garanzie, senza conoscere molto del percorso e della sua durata. Durante il viaggio ascoltano, s’informano, rischiano e si muovono sempre in gruppo.

Il viaggio di Mahdi è tutt’altro che semplice e lineare: durerà un anno e si rivelerà un’impresa. Pensi che le leggi internazionali tutelino a sufficienza i profughi minorenni?
Immagino che le leggi ci siano, il problema forse è che non tutti i paesi possono (o vogliono) farle rispettare allo stesso modo. Dopo aver ascoltato le sofferenze passate da Mahdi (ma anche da altri giovani provenienti dal Corno d’Africa), per mesi interi allo sbando, sopportando fame, sete, caldo o freddo, (in alcuni casi anche periodi di prigonia e violenze) senza sapere dove poteva andare, senza un adulto di cui si potesse fidare, mi sono chiesta più volte: “E se fosse stato mio figlio?”

Silvia Bello Molteni e Maddalena Moccetti © Divisione eventi e congressi, Città di Lugano

Lavori per il progetto IntegraTI presso la Clinica Moncucco. Hai voglia di spiegarci in breve di cosa si tratta?
Il progetto IntegraTi è nato nel 2016 e la sua scintilla è stata una frase di Papa Francesco che, in piena emergenza migranti nel Mediterraneo, disse: “ Costruiamo ponti e non muri”.

La direzione della clinica ha deciso quindi di costruire un ponte verso il lavoro, motore principale per l’integrazione, proponendo ogni anno un percorso d’inserimento scolastico e professionale per sei persone richiedenti l’asilo, con l’obiettivo di dare loro un diploma spendibile nel mondo del lavoro.

Il percorso dura tre anni e prevede:

  • un anno di pre-apprendistato in cui i praticanti frequentano una scuola interna, migliorando l’italiano e riprendendo le basi scolastiche utili ad affrontare l’apprendistato, e lavorano nei diversi reparti della clinica, ricevendo una prima infarinatura della professione che affronteranno in apprendistato.
  • due anni di apprendistato nelle scuole professionali del cantone.

Nel progetto, oltre a me, lavorano altre persone che seguono i praticanti e gli apprendisti per un sostegno alla formazione e un aiuto educativo. Ora il progetto si è esteso ad altre strutture sanitarie del cantone che adersicono all’idea di integrazione accogliendo alcuni nostri allievi per la parte pratica della professione. Al momento otto persone si sono diplomate e altre 17 sono in formazione. Nell’estate 2021 si diplomeranno altri sei allievi e una nuova classe inizierà il Pre apprendisato. Dal 2020 lo stesso percorso è stato proposto a giovani ticinesi (18-25 anni) al beneficio dell’Assistenza.

Mi piacerebbe concludere con una domanda più personale: che esperienza è stata, per te, la scrittura di questo libro, con tutto quello che c’è dietro?
Si dice che la lettura di un buon racconto dia vita a un’emozione e penso sia vero, ma quando scrivo per me vale il contrario: è un’emozione a dar vita ad un racconto. Così è capitato quando ho sentito il “non detto” nel racconto iniziale di Mahdi; un iceberg sommerso che ho voluto far crescere ed emergere per poi trasformarlo in un romanzo.

Conoscendo la storia di Mahdi e quella di altri che, come lui, hanno lasciato il proprio paese, i loro affetti e le poche certezze per affidarsi all’ignoto con la speranza di trovare quel futuro che non vedevano possibile dov’erano nati, ho visto cos’è il coraggio, la fiducia nel destino e la voglia di riuscire.

Con questo libro non era mia intenzione portare avanti alcun messaggio politico, tantomeno sventolare la bandiera dell’integrazione a tutti i costi (non è una cosa scontata, pur con tutto l’impegno e le buone intenzioni), ho piuttosto sentito l’urgenza di raccontare una storia del nostro tempo facendomi aiutare da chi l’ha vissuta sulla sua pelle. Credo che le storie dei singoli siano utili a scrivere la grande Storia del mondo. Mahdi ha fatto la sua parte, io l’ho aiutato un pochino.

Guarda l’appuntamento della rassegna Agorateca Incontri, svoltosi lo scorso dicembre allo Studio FOCE di Lugano con Silvia Bello Molteni e curato da Maddalena Moccetti.

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Redazione LuganoEventi

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