“La musica è fisicità, è corpo, è materia, è vibrazione “ – Intervista a Raissa Avilés, attrice e cantante

Raissa Avilés (CH, 1984) è attrice di teatro, cantante e insegnante di teatro. Allo Studio Foce porta “Maybe a Concert”, un concerto performativo in cui musica e azione scenica dialogano liberamente, giocando con generi e stili diversi, dalla tradizione popolare messicana, al varieté, al western all’universo pop, dal barocco al jazz.
15 Marzo 2022
di Silvia Onorato
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Raissa Aviles © Ana Zaragoza
© Ana Zaragoza

Bellinzonese di madre svizzera e padre messicano, Raissa Avilés scopre una grande passione per il teatro durante l’adolescenza. Dopo il liceo frequenta corsi e laboratori, approdando prima al DAMS di Bologna, poi alla Scuola Internazionale di Mimo Corporeo Drammatico “Moveo Teatro” a Barcellona, dove si è diplomata nel 2008. Inizia a lavorare come attrice professionista per molti progetti teatrali, performances, spettacoli d’improvvisazione. Dal 2010 inizia a esibirsi anche in concerto e a sviluppare progetti musicali legati alla musica latinoamericana e al jazz. Nel 2015 consegue il Master of Arts in Physical Theater presso l’Accademia Teatro Dimitri di Verscio. Nel 2016 pubblica il suo primo disco, “Verso Suelto”, registrato negli Stati Uniti, una raccolta di canzoni messicane e cubane rivisitate in chiave jazz. Raissa Avilés si dedica anche all’insegnamento della voce attraverso il metodo Funcional Voice Training®, con attori e cantanti, e insegno presenza scenica ed espressività per cantanti e non.

Il teatro è una passione che ti accompagna dall’infanzia. Cosa ti ha portata per la prima volta su un palcoscenico?
Da bambina ho sempre voluto fare l’attrice, era chiaro per me. La prima volta sul palcoscenico avevo 10 o 11 anni: mi sono iscritta a un corso di teatro perché un bambino mio vicino di casa si era iscritto, quindi me l’hanno proposto. Ricordo che ero talmente contenta che ho imparato un testo lunghissimo a memoria. Ero molto a mio agio sul palco, e mi sono divertita moltissimo. Ho percepito la necessità di instaurare un dialogo con il pubblico, di dover arrivare al pubblico, e allo stesso tempo che la mia convinzione era sufficiente.

Ti sei specializzata nel teatro fisico. Ci racconti a parole tue di cosa si tratta?
Il teatro fisico è un ambito che include molte discipline. Per me è quel teatro che mette al centro il corpo, la sua presenza e il suo potere comunicativo. Nel corpo si incarnano delle emozioni, delle intenzioni, un vissuto: tutto questo crea lo spettacolo, la drammaturgia, la storia, non un testo o delle parole. È un teatro basato sull’espressività del corpo, fatto di azioni e della comunicazione di stati presenti nel corpo.

Dal palcoscenico alla musica: come hai scoperto questo mezzo espressivo?
All’inizio in modo laterale: quando studiavo teatro di movimento talvolta si usava la voce e si cantava, quindi ho preso lezioni di canto per aggiungere una capacità in più ed eventualmente usarla. Poi, durante il mio soggiorno a Barcellona, per caso ho cominciato a cantare a delle feste, specialmente musica messicana e latina – essendo per metà messicana, ho un repertorio “del cuore” di canzoni che sono molto amate a Barcellona. Così ho cominciato a cantare regolarmente a feste e nei locali. Cantare in questi contesti mi ha travolto, per la dimensione collettiva e rituale del cantare che si crea: in questi contesti la musica ha realmente il potere di unire le persone e produrre dei momenti collettivi molto potenti. A seconda della cultura del posto questo può essere più o meno forte, ma penso che in fondo sia uguale dappertutto. Inizialmente questa era una attività libera, un momento per condividere qualcosa di profondo, e l’amore per la musica e per le persone, non una professione. In un secondo momento, ha assunto una dimensione più seria in seguito all’incontro con musicisti professionisti, quando mi è stato proposto di partecipare a dei progetti strutturati e fare così un salto dalla spontaneità a qualcosa di più elaborato.

Il tuo primo disco è intitolato “Verso Suelto”, ovvero “verso sciolto”. Che ruolo ha la spontaneità nella registrazione e nell’esecuzione dal vivo della tua musica?
Verso Suelto” voleva essere proprio quello spazio in cui mantenere la spontaneità dentro la sofisticazione degli arrangiamenti jazz del disco, precisi ed elaborati. Nei concerti la spontaneità si è manifestata nei duetti contrabbasso e voce, non arrangiati e sempre improvvisati.
Verso Suelto” è un progetto che amo molto perché è un continuo dialogo tra struttura e libertà. Essendo nata come cantante in un contesto informale, la sofisticazione mi affascina, rappresenta un godimento per me; ma lo è ancor di più quando riesco a farla convivere con la spontaneità e l’autenticità delle canzoni tradizionali.  

Maybe a Concert
Maybe a Concert

La recitazione e il canto sono due modalità diverse di raccontare storie. In “Maybe a Concert” le vediamo completarsi a vicenda sul palcoscenico? 
Per me in “Maybe a Concert” è come se finalmente dei fiumi, dei corsi che hanno viaggiato per anni parallelamente, si uniscano. Il fatto di cantare da un lato e di essere presente sul palco come corpo, come performer, dall’altro, sono sempre state due facce della stessa medaglia. Spesso infatti nella musica si parla di performance, per il senso immediato della musica cantata e suonata dal vivo.
Mi interessava amplificare l’aspetto performativo nella musica, e sfruttare al massimo il mio strumento: il mio corpo, la mia voce, le mie emozioni. Per farlo, non ho creato un concerto con una messa in scena, o uno spettacolo con delle canzoni; bensì ho esplorato il legame indissolubile tra musica e atto performativo. “Maybe a Concert” è per me l’occasione per ritrovare quella carnalità che è degli inizi del mio percorso musicale: l’aspetto quasi rituale e fisico del cantare, dell’esprimersi con la voce.

Secondo te, allo stesso modo in cui si parla di teatro fisico, si può parlare anche di musica “fisica”?
Sì: la musica è fisicità, è corpo, è materia, è vibrazione. Avverto profondamente la musica come fatto fisico, corporeo; forse è così per tutti, anche se talvolta ce ne dimentichiamo e la intellettualizziamo.
La ricerca che porto avanti in questo spettacolo è proprio una indagine su come il mio corpo sia una cava, una risorsa per esprimere musica, e allo stesso tempo come essa lo attraversi.

Da anni ti dedichi all’insegnamento del teatro e dell’interpretazione per cantanti. Qual è il primo consiglio che dai ai tuoi allievi quando calcano il palcoscenico?
Riconoscere gli impulsi del proprio corpo, lasciarli emergere, e seguirli. È qualcosa a cui ormai siamo ben poco abituati, ma che è fondamentale anche nella vita “reale”, fuori dal palcoscenico: riconoscere un impulso, lasciarlo esistere, al di là che sia giusto o sbagliato; quando l’impulso vive, lo possiamo trasformare e condurre da qualche altra parte.
Per rendere un corpo vivo in scena, occorre essere capaci di riconoscere e seguire i propri impulsi, quelli “reali”; solo allora si possono incarnare anche quelli del proprio personaggio, e non solo imitarne il modo di fare, camminare o parlare. 

Quali sono i tuoi prossimi progetti?  
Attualmente sto lavorando insieme a Ledwina Costantini a una performance. Poi vorrei continuare a portare sulla scena “Maybe a Concert”, uno spettacolo in movimento, in evoluzione, e che sicuramente ha aperto per me un nuovo discorso di ricerca sulla performatività del corpo e della voce, una ricerca che vorrei fare sia fuori dal palco, sia in scena.

Raissa Avilés porta il suo concerto performativo “Maybe a Concert” al Teatro Foce il 30.03.
Maggior informazioni su foce.ch

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