“Nuovi modi di scrivere musica” – Intervista a Douglas Dare, cantautore e pianista

Douglas Dare (UK, 1990) è un cantautore inglese che coniuga pop orchestrale sperimentale e al contempo minimalista a testi introspettivi connotati da immagini poetiche. Douglas Dare presenta allo Studio Foce il suo terzo disco, “Milkteeth”, 11 ballate composte al pianoforte, chitarra e autoharp in cui dà voce al proprio bambino interiore.
1 Marzo 2022
di Silvia Onorato
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Douglas Dare
© Furmaan Ahmed

Figlio di una insegnante di pianoforte, Douglas Dare cresce in una fattoria nella campagna del Dorset. Studia musica a Liverpool, prima di trasferirsi a Londra dove dà inizio alla sua carriera musicale. Dopo un EP e un tour europeo aprendo per Ólafur Arnalds, pubblica il suo primo album, “Whelm” (2014) per l’etichetta indipendente Erased Tapes. Nello stesso anno accompagna Nils Frahm nel suo tour nordamericano. Dopo il secondo album, “Aforger” (2016), nel 2018 viene invitato da Robert Smith dei Cure a esibirsi al Meltdown Festival al Southbank Centre di Londra. Nel 2020 Douglas Dare pubblica il suo terzo album, intitolato “Milkteeth”: una esplorazione dell’età dell’innocenza e della vulnerabilità evocando scene di vita quotidiana con un suono minimalista.

La musica ti ha accompagnato sin dall’infanzia. Quale musica ascoltavi da piccolo?
Da bambino ho sempre ascoltato molta musica, non solo perché mia madre era una insegnante di pianoforte e dava lezioni in casa, ma anche perché i miei genitori si esibivano in diversi eventi, suonando blues e rock’n’roll. Ascoltavo la musica classica dalle lezioni di pianoforte di mia madre, mentre mio padre cantava tutto il tempo Elvis – aveva una voce molto simile alla sua. Mia madre era anche una grande appassionata di jazz e di big band, quindi da bambino spesso mi divertivo a ballare su questo tipo di musica.

Quando hai deciso di diventare musicista professionista, e come?
A 18 anni ho fatto domanda di ammissione a diverse università, la maggior parte delle quali offrivano corsi di arti performative e recitazione; una sola offriva un corso interamente dedicato alla musica e alle discipline di cantautorato. Alla fine sono stato accettato da tutte le università, quindi a quel punto ho dovuto decidermi tra recitazione e musica, e la mia scelta è stata proprio la musica. Quando poi all’università ho incontrato altri musicisti e cantautori mi sono motivato a diventare bravo quanto loro. Ho scritto le mie prime canzoni, tra le quali “Caroline” e “London’s Rose” quando avevo 20 anni agli studi di registrazione dell’università. In seguito sono andato a Londra sperando di trovare una etichetta discografica, cosa che poi è successa. Ho incluso queste canzoni nel mio primo album, “Whelm”.

Il tuo ultimo album, “Milkteeth”, racconta per immagini una infanzia rurale nella campagna inglese. La vicinanza con la natura ti ha ispirato?
Vivere nella natura era tutto quello che conoscevo, da bambino: solo i campi, le mucche, e il mare. Una vita di questo tipo penso mi abbia regalato una certa libertà, da bambino, ma anche un grande spazio all’immaginazione – passavo molto tempo da solo, giocando, inventandomi personaggi e amici immaginari (Ascolta per esempio la mia canzone “Silly Games”).

L’album descrive un isolamento non solo geografico, ma anche esistenziale. Scrivere musica su questo stato interiore è stato catartico?
Scrivere l’album è stato molto catartico! Mi ha risparmiato molti soldi in sedute di terapia! Ho potuto mettere giù su carta quei sentimenti semplici che avevo da bambino, analizzarli e capire che alla fine avevano una loro complessità: considerando l’esperienza di un bambino, più limitata rispetto a quella degli adulti, ne rappresentano tutto il mondo. Penso alla canzone “Child” del mio amico cantautore ERRA, il cui ritornello dice “it was easy to be a child, you had no worries except you lost your balloon one time” (“era facile essere un bambino, non avevi alcuna preoccupazione, eccetto aver perso un palloncino, un giorno”). Questa idea mi ha accompagnato in tutta la stesura dell’album – un palloncino sembra cosa da poco per noi, ora che siamo adulti, ma rappresenta tutto per un bambino. Ho provato ad affrontare questo tema nella mia canzone “The Playground”.

Douglas Dare,
Douglas Dare, “Milkteeth”


Oltre al pianoforte, in questo album suoni anche chitarra e autoharp. Cosa ti ha spinto a usare altri strumenti?
Suonare diversi strumenti musicali è un modo per me di esplorare nuovi modi di scrivere musica. Sono abituato al pianoforte, che è come la mia lingua madre, e spesso lo uso per andare musicalmente negli stessi “luoghi familiari”. Per questo album ho imparato a suonare la chitarra, mentre l’arpa ha una qualità sonora che richiama l’infanzia e che ben si addice all’atmosfera del disco.  

Nel 2018 ti sei esibito al Meltdown Festival su invito di Robert Smith dei Cure. Cosa ricordi di questa esperienza?
È stato un onore essere selezionato da Robert Smith per partecipare al suo festival insieme a tanti grandi artisti. Per me è stato un grande riconoscimento. Il mio ricordo preferito è stato lo scambio di email con lui: le sue email erano scritte TUTTE IN MAIUSCOLO! Sembravano “gridate”, ma allo stesso tempo il contenuto era dolce e cordiale.  

Come hai vissuto la pandemia? È stato un periodo creativo per te?   
Sono molto fortunato: durante il confinamento i miei sostenitori hanno organizzato una raccolta per acquistare un nuovo pianoforte – prima, a casa mia, usavo una tastiera. Da quando ho ricevuto il pianoforte ho suonato e scritto ogni giorno. La cosa più bella è che scrivendo nuove canzoni ho anche ricominciato a suonare per piacere, e questo mi ha ricordato il perché mi sia innamorato di questo strumento.

Douglas Dare presenta il suo ultimo album, “Milkteeth”, allo Studio Foce venerdì 11.03 alle 21:30.
Maggiori informazioni su foce.ch

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