“Un’intesa spontanea” – Intervista al Duo Kirsch

In occasione dell’incontro con i 18enni che ha avuto luogo il 7 giugno al Foce, Stefano Moccetti e Anton Jablokov del Duo Kirsch hanno raccontato ai giovani luganesi le sfide e le soddisfazioni legate al fare di una grande passione la propria professione. Pubblichiamo qui l’intervista completa ai due musicisti.
9 Giugno 2022
di Silvia Onorato
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Il Duo Kirsch è formato da Stefano Moccetti (chitarra) e Anton Jablokov (violino), due giovani musicisti appassionati di musica popolare e improvvisazione, che con uno stile originale uniscono la complessità e la bellezza del repertorio classico alla spontaneità della musica tradizionale e del jazz.
Stefano Moccetti (1995), intraprende lo studio della chitarra all’età di nove anni. Dopo il conseguimento dell’attestato di maturità federale, ha terminato, sotto la guida del Maestro Lorenzo Micheli, il Bachelor of Arts in Music presso il Conservatorio della Svizzera italiana. Ottiene il Master of Arts in Music Performance e attualmente sta completando un dottorato. Suona sia come solista che in formazioni da camera, e partecipa da anni a concorsi internazionali.
Anton Jablokov (1989), nasce a Bratislava (Slovacchia) in una famiglia di musicisti. Ha iniziato a suonare violino all’età di sei anni. Consegue il diploma di maturità presso il Conservatorio Statale di Bratislava, dopodiché studia alla Musikhochschule a Lucerna con il professor Igor Karsko. Ottiene il Bachelor of Arts in Music, il Master of Arts in Music Performance al Conservatorio della Svizzera Italiana, e il Master of Specialized Performance. Si esibisce in tutta Europa e collabora con il fratello Vladimir Jablokov, con cui suona in Irlanda e Regno Unito.

Due giovani musicisti, due storie diverse. Quando avete deciso di fare della musica la vostra professione?
SM: Durante il liceo. Al tempo avevo anche altre passioni, come la geologia e la geografia, ma riflettendo ho capito che non mi sarebbe bastato coltivare la musica come passatempo. Sono stato ammesso al dipartimento pre-professionale (oggi pre-college) al Conservatorio della Svizzera italiana, la mia passione cresceva e i riscontri erano incoraggianti, così ho scelto di intraprendere la carriera professionale del musicista. Una scelta non conveniente dal punto di vista economico non presa alla leggera ma tutto sommato semplice: sono stato onesto con me stesso e ho pensato che sarebbe stato un gran peccato per me non suonare in modo serio e dedicare la mia vita alla musica
AJ: Per me è stato chiaro sin da quando avevo sei anni: tutti i miei familiari sono musicisti, dalla nonna flautista al fratello violinista. Mi sono formato in Slovacchia in un ginnasio musicale, con una certa pressione di essere un bravo studente – al tempo stesso ero felice. Ho poi fatto la scelta di intraprendere la carriera di solista, invece di suonare in una orchestra; qualcosa di difficile nel mondo di oggi, per varie ragioni, per esempio perché su internet (alcune volte) la musica viene relegata in un secondo piano e viene data più rilevanza a trovate originali o curiosi record. Con mio fratello, anche lui violinista, ho trascorso qualche tempo in Irlanda: avevamo un agente e spesso andavamo in tournée. Il Covid ha fermato i concerti, e mi sono reso conto che si può anche rimanere tranquilli, avere del tempo da dedicare alla famiglia, tornare a casa la sera.

Com’è nato il vostro duo?
SM: Ci siamo conosciuti al Conservatorio, durante un seminario di jazz, e abbiamo subito notato una affinità nel suonare. Abbiamo mantenuto i contatti, finché nel 2020 Anton mi ha proposto di suonare qualcosa insieme. Per me il Duo è una cosa nuova, diversa, molto bella: il chitarrista solitamente è nella solitudine assoluta, raramente è a contatto con altri strumenti. Il nome è stato difficile da scegliere, all’inizio, poiché non sapevamo cosa ci caratterizzasse rispetto agli altri.
AJ: Il primo criterio è stato coniare un nome che fosse facile da ricordare in più lingue; il secondo, che richiamasse un ricordo visivo immediato e comune. Nel nostro caso, vogliamo essere la ciliegina sulla torta delle persone per cui suoniamo, i salotti di casa di privati, ma anche i palchi.

Come si trova l’armonia in due?
AJ: È come un matrimonio: siamo due persone, con principi e gusti diversi; talvolta ci scontriamo e dobbiamo fare dei compromessi. Questo è importante poiché così possiamo stabilire regole per il Duo e scelte musicali o di ingaggio; inoltre, è importante poiché ci ricorda che siamo due persone diverse, e non dobbiamo dipendere troppo l’uno dall’altro. Suonando con mio fratello questo non sempre accadeva; sto imparando con Stefano dinamiche utili, che mi serviranno anche quando suonerò con mio fratello in futuro.
SM: Potremmo dire che siamo due solisti che suonano insieme, ognuno interpreta la sua parte e al contempo ascolta l’altro, reagisce all’improvvisazione dell’altro. Abbiamo un’intesa spontanea, naturale, non forzata o artificiale.

Nella musica classica si distingue tra interprete e compositore. Con il Duo Kirsch le due attività si uniscono?
AJ: Fino a 100 anni fa i musicisti sapevano suonare, comporre e improvvisare. Come negli altri campi professionali, oggi si tende a essere specializzati nell’uno o nell’altro senso.
SM: Considerando che il repertorio per chitarra e violino è piuttosto ristretto presto abbiamo iniziato a trascrivere per l’uno o l’altro strumento i brani su cui ognuno dei due stava lavorando separatamente. Conoscendo bene i nostri strumenti possiamo scrivere dei brani bilanciati, creando un dialogo naturale tra chitarra e violino; non solo: possiamo scrivere pezzi idiomatici, che suonino bene e che valorizzino le peculiarità degli strumenti. Inoltre, avendo un rapporto diretto con gli strumenti, spesso improvvisiamo dando spazio al nostro spirito creativo. Credo, in generale, che per interpretare bene un brano, si debba suonarlo come se si stesse improvvisando: la musica rimane sempre del compositore, ma l’interprete che colpisce è quello che ha una attitudine compositiva e creativa nel suonarla.
AJ: In questo periodo stiamo scrivendo una suite ticinese, ispirata ai paesaggi del cantone; una musica che risponda al pubblico, forse con suggestioni di musica popolare attentamente selezionata.

La vostra è una passione che consuma?
SM: In media faccio pratica tre ore ogni giorno. Suonare uno strumento ha un aspetto fisico non indifferente: come chitarrista assumo una postura storta, e i muscoli di braccia e mani sono sottoposti a un continuo stress. Prima di un concerto sto attento a non fare attività che possano mettere a rischio le mani: sono appassionato di pesca, mi piace curare l’orto, ma prima di un concerto evito di pescare o zappare.
AJ: Io gioco a calcio regolarmente, in difesa, e cerco di fare attenzione alle mani e ai polsi; prima di un concerto cerco di non giocare con mio figlio, o di lottare con i guantoni da boxe che ho ricevuto in regalo.

Una carriera popolare, o una carriera autentica?
SM: Penso si debba essere coraggiosi e con onestà puntare su quello che si vuole fare; nel nostro caso, un certo tipo di musica. Nel mondo della musica è una questione su cui prima o poi ci si interroga sempre: si è disposti a rinunciare alla propria autenticità in cambio del successo? Se sì, in quale misura? I gusti del pubblico vanno assecondati?
AJ: A questo proposito, penso al fenomeno dei talent show e alla mia esperienza in Irlanda. Mi era stato proposto di partecipare a uno di questi programmi insieme a mio fratello, ma quando ci hanno spiegato che ci avrebbero chiusi in una stanza per tre giorni e intervistati a lungo per scoprire le nostre personalità, creare dei personaggi, accendere delle tensioni che solleticassero l’interesse del pubblico, allora abbiamo rifiutato. Questo tipo di esperienza non mi avrebbe soddisfatto: non sarei contento di suonare per mesi un programma scelto da altri, per me la musica è qualcosa di troppo personale. Per altri questo non è un problema; occorre solo sapere quello che si vuole dalla propria carriera, e dalla propria vita.

Quanto è importante avere degli esempi a cui ispirarsi?
SM: È importante ispirarsi a un maestro, un docente, un musicista, ma non nel senso di emularlo, bensì nel senso di essere altrettanto autentici. Mi spiego: quando suono un brano identifico subito quello che mi colpisce, poiché è quello che in me trova corrispondenza; lo suono quindi in modo diverso, non solo come interprete ma aggiungendo qualcosa in più. Questo è essere autentici. Il mio maestro di chitarra mi ha spronato in questo senso: mi proponeva diversi modi di interpretare una particolare frase musicale ma non mi imponeva nulla, ultimamente mi incoraggiava a seguire il mio istinto musicale e mi aiutava ad esprimermi sullo strumento.
AJ: Secondo me è importante anche ispirarsi a quello che fanno gli altri. Per esempio, per la musica classica in passato raramente venivano realizzati video musicali, come accade con la musica pop. Di recente questo è cambiato: ci sono video di musica classica che raccontano una storia, con attori che recitano una parte. Questo ha permesso a un pubblico molto ampio di avvicinarsi alla musica classica.

Anton, sei originario della Slovacchia. Quali sono le differenze che noti tra i giovani ticinesi e quelli slovacchi?
AJ: Manco dalla Slovacchia dal 2008, quindi non so quali siano le differenze attuali. Il sistema educativo svizzero con la formazione professionale e le scuole di apprendistato rappresenta una grande differenza: penso sia un’ottima cosa formare in una professione così presto, e insegnare ai giovani a fare il proprio lavoro bene. In Slovacchia queste scuole non ci sono, si è quasi obbligati a frequentare il liceo.
SM: Inoltre ci sono ponti e passerelle per cambiare percorso – la carriera non viene pregiudicata a nessuno.

La Slovacchia è un paese dell’Europa Orientale che confina con l’Ucraina. Qual è la tua prospettiva sul conflitto?
AJ: Sono nato in Cecoslovacchia, che faceva parte dell’Unione Sovietica, e che ora è Slovacchia. Un fatto è certo: mia nonna, che fino a tre mesi fa abitava a Mosca, è esposta a una informazione che dice una cosa; noi, a una informazione che dice il contrario – talvolta usando le stesse immagini. Penso quindi che l’informazione sia fortemente manipolata, ed esista una pluralità di visioni. Personalmente sono per la pace e rifiuto qualsiasi guerra. Bisogna anche tener presente che politici e cittadini di un paese non sono la stessa cosa. È insensato, poi, boicottare la musica e discriminare i gli studenti o i musicisti russi – spesso giovani e contrari quanto noi alla guerra. L’orchestra è un esempio di come dovrebbe essere: un piccolo mondo in cui ognuno viene da un paese diverso, si rispetta, suona insieme.

Maggiori informazioni: facebook.com/DuoKirsch

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