17 August 2017

Intervista a Cristina Castrillo, fondatrice del Teatro delle Radici

Oltre quattro decenni dedicati professionalmente al teatro; dalla nascita (negli anni’70 in Argentina) del Libre Teatro Libre una delle più note compagnie latino-americane fino alla fondazione (nel 1980 in Svizzera) del Teatro delle Radici. La multiforme esperienza di questo percorso (come attrice, pedagoga e regista), le ha permesso di collaudare, prima su se stessa e poi con numerosi attori, gli aspetti fondamentali del suo approccio al teatro. Dedicandosi esclusivamente alla ricerca degli elementi che sono alla base della formazione dell’attore, ha propiziato la creazione di spettacoli di gruppo e/o individuali, valorizzando il ruolo dell’attore a centro primordiale del fatto creativo.
Qual è il senso del Teatro oggi, nella nostra “società liquida”?

Se osserviamo il panorama integrale della società odierna e i disegni di politica culturale che vengono imposti un po’ ovunque, diventa davvero difficile trovare un senso che ancora ci rappresenti. Sembra quasi che cercarne uno appaia come una povera giustificazione per sostenere ancora le nostre scelte. Perciò non ci rimane altro che quell’infima luce interiore con la quale provare a raccontare le umane preoccupazioni e i sentimenti che le accompagnano, volendo credere che, se anche una sola delle nostre immagini o parole ha sfiorato il cuore di qualcuno, quell’effimera cerimonia chiamata teatro ha avuto almeno il senso di un incontro.

Quale è stata la figura determinante nella sua vita per la scelta della sua carriera professionale?

Non ho mai capito il perché di questa scelta professionale avvenuta tra l’altro molto precocemente e senza aver mai visto in precedenza uno spettacolo teatrale. Non ho avuto maestri diretti, ma in quell’ autodidattismo forzato nel quale la mia storia si è generata, la curiosità mi ha permesso di inoltrarmi su territori che, anche se lontani dagli aspetti prettamente teatrali, mi hanno aperto la geografia sulla quale il mio teatro doveva camminare. Non è stata una figura, allora, ma forse il bisogno di scoprire –tramite il teatro- l’essenza di quello che si è.

C’è un filo conduttore nelle sue storie? Cosa vuole trasmettere, quale messaggio?

Probabilmente il segno più evidente che ritrovo nel nostro lavoro è la ricerca del linguaggio espressivo, la necessità di non dare per scontato che il teatro abbia una sola voce o un solo formato, unitamente alla costante preoccupazione per i conflitti e le debolezze dell’animo umano, compresi i nostri.

di Olmo Giovannini