17 August 2017

Intervista a Micah P. Hinson

Micah P. Hinson non è uno di quei personaggi costruiti a tavolino, non è una rappresentazione dell'artista maledetto. Lui ha vissuto tutto davvero. È stato segnato e forgiato da quelle disavventure che hanno dato vita alla sua musica e alla sua poesia.

Il suo nuovo album “Presents The Holy Strangers” – che presenterà in occasione della data allo Studio FOCE — è una vera è propria folk opera (come egli stesso la definisce) capace di coinvolgerci nella storia di una famiglia ai tempi della guerra, fatta d'amore, matrimonio, guerra, dramma e suicidio.

Sei cresciuto in Texas. Che tipo di influenza hanno avuto sulla tua musica il country e le radici folk americane in generale?

Penso a questa domanda da anni, dato che fin da subito, con l’uscita di The Gospel, la gente si è chiesta quale fosse l’influenza country/folk nella mia musica. La cosa principale che mi viene in mente è che io non sono stato “cresciuto” a musica country, e neppure “folk”. Forse, la cosa più vicina al "country" che ha influenzato i miei primi anni è stata la musica di John Denver, anche se ritengo che sia una strana versione di country, e mi chiedo anche se si possa chiamare veramente country. La chiamerei “country di montagna”, se proprio dovessi, mentre io sono cresciuto nelle polverose pianure del Texas, e non tra le magnifiche montagne del Colorado; il che è del tutto diverso, nella mia mente e nelle mie orecchie. A parte Denver, la musica country è giunta alla mia attenzione solo qui è là, anche perché pare che sia inevitabile in Texas. Con ciò, mi sono concentrato sulle band industrial, shoegaze e grunge, essendo un adolescente degli anni 90. Detto questo, credo che lo spirito del country e lo spirito del folk in qualche modo scorrano attraverso le nostre vene. È più un modo di pensare - un modo di guardare il mondo che mi circondava - in contrasto con la musica che mi condizionava in modo propriamente musicale. Guardandomi indietro, mi sento piuttosto fortunato ad avere qualcosa come la musica folk o country a costituire, di fondo, una parte del mio patrimonio genetico, in contrasto con le cose che ascoltavo e che tentavo di dominare per adattarle ai miei scopi.

I musicisti con i quali suoni cambiano regolarmente, cosa che si riflette nei titoli dei tuoi album. È una specie di modo per “nasconderti” o c’è un motivo diverso?

Non è un modo per nascondermi, dal momento che i titoli delle mie registrazioni comprendono sempre il mio nome, e non ho sempre una band con me. È stata un’idea in cui mi sono imbattuto ben prima di firmare per un’etichetta o di buttarmi nel mondo con la mia musica. Ho notato che c’erano band che avevano "The..." nel titolo, o avevano "Tizio, Caio & The...", ma nessuno sembrava avere usato il proprio nome di band come nome del disco, senza dover proprio dare il nome al disco, pertanto. Da qui: "Micah P. Hinson & The Gospel" o "Micah P. Hinson & The Nothing". Inoltre, ritengo importante suonare, e registrare, con musicisti diversi per ogni album, in modo che i dischi abbiano ciascuno il proprio feel, in contrasto con l’uso di questo stile di nome per descrivere la mia live band. La live band viene sempre molto più tardi.

Una decina di anni fa, facevi uscire album ed EP in pratica ogni anno. Hai cambiato il tuo approccio alla composizione?

La mia produzione di album è cambiata quando ho iniziato ad avere problemi di salute, cosa che mi ha reso quasi impossibile fare uscire un nuovo LP ogni anno. Ho avuto problemi di salute tra The Opera Circuit e The Red Empire - e poi ancora problemi tra The Pioneer Saboteurs e The Nothing, che mi porto dietro ancora oggi. E poi, quando ho firmato il primo contratto, avevo già da parte una discreta quantità di dischi praticamente già messi insieme – dal punto di vista delle canzoni - e così è stato facile far seguire The Gospel da The Baby, e poi sputar fuori rapidamente The Opera Circuit. In quanto alla composizione, è sempre stata un’operazione difficile: quali canzoni dovrebbero andare nell’album? come dovrebbe svolgersi il tutto? che cosa sta accadendo nella mia vita per dare senso a ciascun album? Eccetera. Crescendo, sono sempre stato frustrato dal fatto che le band che più amavo sembrassero metterci ANNI per fare uscire nuovo materiale, a parte il lato b un po’ random, e così, ho pensato che per fare uscire opportunamente i miei dischi avrei fatto del mio meglio per mantenere un buon flusso costante della mia musica. Nonostante ciò, non sono riuscito a mantenere quella tabella di marcia di un’uscita all’anno che ritenevo così necessaria, ma solo per motivi di salute, e non di creatività. L’ultimo album a uscire, The Holy Strangers, ci ha messo così tanto a essere prodotto perché è stata la più impegnativa collezione di canzoni in cui mi sia mai cimentato - un po’ come avere il mio primo figlio – e questo ha ecceduto la quantità di tempo ed energie che normalmente posso investire in un progetto. The Holy Strangers è una storia, e non semplicemente una collezione di canzoni che vanno bene insieme, e ho trovato molto difficile comunicare quella storia in forma musicale, tanto che ho anche scritto un libro che andasse insieme con l’album. C’è tutto un filo che lega canzone a canzone, come pensiero di insieme, e questo è stato molto arduo da ottenere, ma anche molto gratificante.

di Olmo Giovannini