22 April 2021

Ion Marin e la musica

La musica è la sua vita, un atto liturgico profondo, una vibrazione interiore, che sta alla base del suo successo, tra Massagno e New York.

Ion Marin è uno dei pochi direttori d’orchestra ad aver raggiunto una fama di livello internazionale dirigendo sia orchestre sinfoniche sia opere liriche. Tra esse citiamo i Berliner Philharmoniker, la London Symphony, l’Orchestre National de France e la Tokyo Metropolitan Orchestra; per quanto riguarda la lirica ha collaborato con diverse personalità di spicco, quali Luciano Pavarotti e Placido Domingo e ha diretto opere e nuove produzioni per la Metropolitan Opera, la Deutsche Oper Berlin e il Teatro alla Scala, per citarne alcune. Recentemente ha ricevuto l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere della Repubblica Francese, un importante riconoscimento alla sua carriera, di quasi 40 anni, dedicata alla performance musicale. Lo abbiamo incontrato per capire meglio il suo lavoro, i suoi successi e il suo rapporto con la musica.

In cosa consiste il lavoro di Direttore d’orchestra? Come nasce la performance?

Innanzitutto va detto che gran parte del lavoro si svolge a casa, dunque ciò che viene presentato in contesti internazionali nasce e viene prodotto qui a Massagno. La casa per me, infatti, non è una semplice residenza, è molto di più: è qua che mi preparo e studio le partiture, è qua che cammino di notte nei corridoi per fissare i concetti musicali nella memoria e cercare l’ispirazione. Ciò che si vede in scena è solo la punta dell’iceberg: per uno spettacolo di un’ora di musica ci vogliono 1’000 ore di preparazione, che avvengono per lo più a casa, sotto forma di studio e ricerca; ci vuole molta concentrazione e memoria, un lavoro lungo e impegnativo che necessita della pace e dell’armonia delle mura domestiche. Anche la famiglia, mia moglie e mio figlio, fanno parte dell’ispirazione e della gioia che poi cerco di trasmettere anche nelle performance musicali.

Che differenza c’è tra sentire e ascoltare la musica?

Sentire è un atteggiamento spontaneo di tutti gli esseri umani, si può sentire un rumore, una musica di sottofondo, anche senza consapevolezza. Al contrario, chi ascolta veramente la musica, si immerge con tutto sé stesso in ciò che sta ascoltando e solo ascoltando con tutto il proprio essere è possibile fare propria la musica, partecipare a uno stato d’animo che ci rende più ricchi, una vibrazione interiore che ci permette di scoprire in noi
stessi cose che non sapevamo di avere dentro; l’atto musicale assomiglia in questo aspetto all’atto liturgico ed è questa la funzione primordiale dell’arte; ascoltare la musica permette di vivere il momento. L’istante presente vissuto veramente è un’illuminazione, una profonda consapevolezza, una sorta di estasi religiosa, espressione di Dio e del suo creato, nell’ambito della quale si tende a obliare sé stessi e a raggiungere la felicità. In fondo
la vita umana è una dicotomia tra il desiderio di essere felici e la paura della morte; l’arte – ma anche la religione e la meditazione – riescono ad attenuare il contrasto tra questi due aspetti dell’esistenza permettendoci di accedere a qualcosa di superiore.

Nel corso della sua carriera qual è stato il momento, l’emozione, più grande?

In realtà non posso fare un bilancio o attribuire delle preferenze, per me ogni concerto è come se fosse un figlio, non ne ho uno che è preferito rispetto a un altro. Ciò che ricordo ogni volta è l’emozione dell’inizio – ad esempio il silenzio assoluto e impressionante di 25’000 persone a Berlino, 4’800 persone al Metropolitan di New York – e soprattutto la qualità della comunicazione con gli artisti e con il pubblico in sala. Il compositore che
preferisco è sempre quello che sto suonando o studiando in quel momento. Ho avuto la fortuna di restare apprendista dentro di me, di provare piacere nell’imparare ogni volta cose nuove, di provare gioia nella vita e in ciò che faccio, senza cadere nel lamento della nostalgia distruttiva, ricetta di sicura infelicità. Dunque più che uno specifico evento da ricordare, per me è la gioia del momento presente, che ogni volta, ogni concerto mi permette di vivere insieme agli altri artisti e al pubblico presente.

La musica contiene anche un aspetto educativo e di integrazione sociale, come lo interpreta Ion Marin?

La musica è una forma sincera di linguaggio ed è un formidabile strumento per l’integrazione sociale, cito un progetto da me ideato nel 2012 in Romania, Cantus Mundi, che coinvolge attualmente 70’000 bambini in età compresa tra i 3 e i 18 anni, suddivisi in 1’700 cori. Questo progetto include bambini svantaggiati, non-vedenti, orfani, ricchi, poveri, minoranze etniche, bambini che provengono da zone discoste di campagna o dalle
città, bambini di tutte le tipologie e provenienze che si ritrovano e cantano insieme imparando a superare le barriere e andare oltre le apparenze, tramite la musica che li unisce. Per me è molto importante dare alle nuove generazioni ciò che ho ricevuto e condividere ciò che ho imparato;
proprio per questo sono molto contento della recente nomina a professore titolare della cattedra di direzione d’orchestra presso l’Università Mozarteum di Salisburgo, dove io stesso ho studiato, una delle più importanti d’Europa. Questa nomina, giunta per l’anno accademico 2020-2021, è per me una gioia incredibile che mi permette di dare continuità a ciò che ho appreso, proprio dove ho studiato da giovane; per questo ho voluto dedicare la cattedra al mio mentore, Claudio Abbado.

Cosa ricorda volentieri di Massagno?

Innanzitutto la presenza culturale con il Cinema Lux e il suo cartellone di film originali, anche se, devo ammettere, mi manca la macchinetta dei pop-corn… Apprezzo molto il Grotto della Salute, penso che sia il miglior ristorante di Lugano. Mi manca invece il baretto che c’era nella casetta in via S. Gottardo, ora sede della SAM atletica, dove si andava a bere il caffè e fare la merenda con i bambini dopo la scuola; mio figlio Alexis frequentava
la scuola dell’Infanzia in Via Motta quando era direttrice Sonia Quadrelli. In quel piccolo caffè c’era un’atmosfera particolare e la gentilissima gerente aveva sempre un ovetto Kinder, un pensiero gentile per ogni bambino, non so come facesse ad averne uno per ogni bambino che entrava, ma era veramente una gioia per tutti. Di Massagno apprezzo inoltre l’incredibile varietà di nazionalità, mentalità e modi di vivere, trovo che sia una benedizione poter essere aperti a molte tipologie di realtà; amo molto la mia vita tra New York e Massagno.

ionmarin.eu

L'intervista integrale, realizzata da Beatrice Lundmark, è apparsa nella Rivista del Comune di Massagno, N° 1 / 2021 – marzo – Anno XLV. Ringraziamo il Comune di Massagno  e l'autrice per la gentile concessione.