10 April 2020

Pietro Montorfani - Ufficio Patrimonio Città di Lugano #DistantiMaVicini

In questo periodo in cui il mondo culturale ticinese ha dovuto “abbassare il sipario”, abbiamo chiesto a personaggi del mondo artistico-culturale di raccontarci come vivono questo momento e di darci qualche spunto per trascorrere il tempo ciascuno a casa propria.

Oggi è Pietro Montorfani, responsabile dell'Ufficio Patrimonio della Divisione Cultura della Città di Lugano a parlarci.

Come stai vivendo questo momento particolare?

Direi due tipi di insegnamenti, uno in presenza e uno in assenza. Il primo è la valorizzazione, cioè la riscoperta di tutto ciò di cui si compone la vita nei suoi tratti essenziali: famiglia, lavoro, amicizie, ma anche la sussistenza vera e propria del mangiare e del dormire... Poi naturalmente una grande malinconia per tutto quello che al momento ci è negato: libertà di movimento, socializzazione, viaggi, cultura in senso lato, vissuta come comunità.

Quale libro, film, brano musicale o attività consiglieresti a chi si trova a casa?

Eviterei i grandi classici sulle epidemie del passato, vere o metaforiche, così come i racconti di un futuro distopico. Meglio aggrapparsi a un po’ di sano realismo, fatto di storie semplici, avvincenti e raccontate bene: per gli appassionati, un fumetto come Zagor o Tex, oppure i romanzi di Dumas, o una serie tv come Downton Abbey. La storia, nella sua accezione più “leggera”, aiuta a passare il tempo senza troppi timori, ma senza nemmeno banalizzare troppo il momento che stiamo vivendo.

Cosa vorresti dire ai lettori?

A tre settimane dall’inizio della quarantena il rischio principale è il mero rispetto delle regole sanitarie, senza una prospettiva ulteriore. La nostra esistenza di tutti i giorni non deve diventare una vita di serie B. Può esserlo in parte, nella misura in cui è ben vivo in tutti noi il desiderio di trasformare in veri gli abbracci virtuali, di sostituire un viaggio digitale con una esplorazione concreta del reale, una tremolante videochiamata con due piacevolissime chiacchiere al tavolino di un bar. Questa nostra nuova vita, fintanto che durerà, non dovrà essere un'esercitazione, bensì esistenza vera, piena, completa. Che sia quindi un tempo propizio, non solo per la solidarietà sociale e intergenerazionale, ma anche per la riflessione e lo scandaglio del pensiero. Che rafforzi la nostra capacità empatica, l'abitudine a proiettarci nell'altro e verso l'altro, che è in fondo la vera premessa per la costruzione di una comunità. Se questa non-esercitazione, se questo non-letargo avrà senso dipenderà da noi, dalla nostra disponibilità a continuare a fare cultura (a essere società) nonostante le circostanze, anzi proprio in forza di esse. Ce lo ricorda il grande Boris Pasternak: «L'uomo è nato per vivere, non per prepararsi a vivere».

 

A cura di Manuela Masone