Intervista ad Alex Dorici, artista

Alex Dorici, nato a Lugano nel 1979, ha sviluppato sin dai primi anni di scuola un forte interesse verso l’arte, culminato con il diploma in pittura e incisione calcografica nel 2005. Fonda il suo atelier nel 1999 a Lugano, dove oltre a lavorare alle sue opere espone arte contemporanea di altri artisti.
23 Novembre 2021
di Silvia Onorato

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Nel 2005 si trasferisce a Parigi, presso l’Atelier Contrepoint, dove lavora per cinque anni affinando ulteriormente le proprie conoscenze nel campo dell’incisione e della calcografia. Rientra a Lugano nel 2010, dedicandosi a interventi nello spazio urbano: le sue installazioni sono allestite prevalentemente in spazi abbandonati e fanno uso di materiali come corde, tubi in PVC, nastri adesivi e cartone. Dal 2014, Alex fa parte del gruppo di artisti sostenuti da Elena Buchmann, dell’omonima Galleria con sede a Lugano. Nello stesso anno viene insignito del premio Bally per la Cultura.

Ciao Alex. Ti ringrazio per esserti messo a disposizione per questa intervista. Da dove nasce la tua passione per l’arte?
Non c’è una data certa, mi sono sempre divertito a fare delle cose che mi coinvolgessero, anche manualmente, e che mi permettessero di essere autonomo e creativo. Mi ha affascinato la figura anche un po’ romantica dell’artista ribelle e controcorrente; di sicuro l’arte ti forma nel vedere le cose in un modo diverso dallo standard. Ho vissuto e vivo l’arte come una forma di libertà a livello di conduzione di vita.

Le linee geometriche e la modularità contraddistinguono le tue opere. Ci racconti la loro origine?
Il mio segno grafico lineare e minimalista arriva da lontano. Ho iniziato alla scuola d’arte, prendendo i fogli di carta con i lavori dei miei compagni: tiravo fuori le macchie del foglio e cercavo di accostarle per creare un nuovo equilibrio. Così, per via di sottrazione, sono arrivato al discorso della linea, che può essere espresso con diversi tipi di materiali, dalla pittura, al metallo o alle corde. La modularità, che ha dato il via alle mie installazioni, è arrivata quando ho iniziato a usare elementi modulari per trasformare la percezione di uno spazio. 

Perché hai scelto la street art come mezzo espressivo?
In realtà non l’ho scelta: è stata un’esigenza personale di entrare in dialogo diretto con lo spettatore, con il pubblico non di nicchia (quello abituato a frequentare musei o gallerie d’arte). Quando nel 2010 sono tornato a Lugano da Parigi, ho visto diversi spazi commerciali vuoti, in disuso, o abbandonati a causa della crisi finanziaria; per entrare in relazione con lo spettatore ho pensato di trasformare la percezione di quegli spazi, talvolta deprimenti, con un intervento: creare un elemento che distolga i passanti dal grigiore, un momento che forse non tutti colgono, ma alcuni sì. Ho quindi iniziato trasportando il segno grafico che uso solitamente nella pittura all’interno del contesto urbano, attraverso installazioni con il nastro adesivo sulle vetrine dei negozi.

Da dove si comincia per reinterpretare uno spazio?
Prima di tutto occorre avere a disposizione uno spazio; poi va visitato e analizzato, per comprendere come viene vissuto dalle persone. Bisogna anche considerare le caratteristiche vere e proprie dello spazio da un punto di vista tecnico e dei materiali che si possono usare. Dopodiché, si può iniziare con la progettazione del suo “stravolgimento”. 

Scotch drawing Room #17042018, 2018, Nastro adesivo di carta, Dimensione site-specific. Realizzato in occasione della mostra Alex Dorici Geometrie verticali presso la Pinacoteca Comunale Casa Rusca di Locarno, maggio – agosto 2018. Fotografia Antonio Maniscalco
Scotch drawing Room #17042018, 2018, Nastro adesivo di carta, Dimensione site-specific. Realizzato in occasione della mostra Alex Dorici Geometrie verticali presso la Pinacoteca Comunale Casa Rusca di Locarno, maggio – agosto 2018. Fotografia Antonio Maniscalco


Da cosa trai ispirazione?
Da tutto quello che osservo e che mi circonda. Non credo si tratti di ispirazione, però; preferisco il termine influenza. Per esempio, l’idea di lavorare con forme chiuse che diventano geometrie irregolari mi è venuta osservando l’evoluzione della città di Lugano a livello architettonico: accanto a palazzi ottocenteschi sorgono strutture cubiche in cemento, generando un profilo particolare che nelle mie installazioni con lo scotch ho trasferito sulle vetrine degli edifici in disuso.
In generale, le diverse influenze vengono dal lavorare giorno per giorno, o mentre si progetta qualcosa di nuovo; dallo scoprire e studiare situazioni che possono essere utilizzate in altri contesti.

Colpisce la varietà di materiali che utilizzi per realizzare le tue opere: dal nastro adesivo, alle mattonelle tradizionali portoghesi, passando per corde, palline da tennis, fasci di luce; spesso si tratta di materiale di recupero. Ci racconti le ragioni di questa scelta?
Quando ho iniziato a lavorare, non avendo le disponibilità economiche per realizzare le mie opere mi arrangiavo usando letteralmente quello che trovavo. Da lì ho iniziato ad accumulare materiale, che poi fatico a separarmi, per cui spero sempre di trovare una funzione. Negli anni questa scelta ha acquisito una forma più nobile, ovvero quella del recupero industriale di materiale che altrimenti andrebbe buttato o distrutto. Si tratta di elementi modulari identici, nell’ordine di migliaia di esemplari, in particolare di materiale cartotecnico e imballaggi. Le prime installazioni che ho realizzato con questo tipo di materiale sono nate come quadri: dipingevo sulla superficie dei cartoni e creavo delle strutture in cui lo spettatore poteva entrare. In un secondo momento mi sono concentrato sul cartone in sé, creando composizioni e inserendo elementi luminosi. Un caso particolare è stato quello del recupero delle palline da tennis per una installazione: grazie a un mio conoscente ne ho raccolte ben 10’000, recuperate da tutti i tennis club della Svizzera.

Arco geometrico, 2020 metallo verniciato in rosso. 8000 x 6000 x 15 cm. Courtesy: Biennale Bregaglia 2020. Fotografia Alex Dorici
Arco geometrico, 2020, metallo verniciato in rosso. 8000 x 6000 x 15 cm. Courtesy: Biennale Bregaglia 2020. Fotografia Alex Dorici


Quanto è importante avere un atelier, luogo di lavoro e spazio espositivo?
Ho un atelier e lo condivido con altre persone dal 1999. Ora è principalmente il mio spazio di lavoro, anche se volentieri ospito le esposizioni di altri artisti. In futuro, l’idea è di separare i due aspetti, destinando l’attuale atelier a spazio espositivo e trovandone un altro esclusivamente per il lavoro.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Sto portando avanti diversi progetti che mi sono stati commissionati. Dal punto di vista della mia ricerca artistica, sto cercando di realizzare alcune installazioni urbane con un forte impatto. Ho due o tre idee in mente, ma preferisco non rivelare ancora i dettagli.

Se ti fosse data l’occasione di esprimere te stesso sempre attraverso l’arte, ma in un altro luogo, dove andresti e perché?
Dopo 8 anni in Italia come studente e 5 anni a Parigi, sono contento di essere tornato a Lugano. Di posti dove vorrei andare ce ne sono tanti. Forse la cosa più bella sarebbe viaggiare lavorando: recarsi presso la sede del progetto, rimanerci per il tempo necessario alla realizzazione, e infine spostarsi.




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