“La nostra vita è cultura” – Intervista a Luigi Di Corato, direttore della Divisione Cultura

La Divisione Cultura della Città di Lugano ha un ruolo importante nella politica culturale luganese, oltre a promuovere la valorizzazione del patrimonio storico-artistico e delle industrie culturali e creative locali. Incontriamo Luigi Di Corato, direttore della divisione, per scoprire la sua visione del settore culturale della città.
26 Aprile 2022
di Silvia Onorato
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© LAC Lugano Arte e Cultura
© LAC Lugano Arte e Cultura

In seguito alla riorganizzazione interna attuata a partire dal gennaio 2020 in conformità con le Linee di sviluppo del Municipio 2018-2028, la Divisione Cultura coordina e gestisce i beni culturali della Città, promuove progetti creativi e sostiene i professionisti del settore, in dialogo con le numerose istituzioni culturali. Una sfera talvolta considerata lontana dal quotidiano, che la Divisione per scelta strategica aiuta a portare nella vita di ogni giorno di cittadini e turisti che visitano Lugano.  

Qual è la sua definizione di cultura?
La mia idea di cultura si fonda sul suo senso etimologico: “cultura” deriva dal verbo latino colere, che significa coltivare. Mi piace pensare alla cultura come a tutto l’insieme di attività che ci permettono di coltivare noi stessi, in senso individuale e collettivo: coltivare relazioni con quello che ci circonda, con gli altri, con la nostra stessa interiorità; acquisire strumenti di consapevolezza – non necessariamente con un valore estetico; fare proprie nuove chiavi di lettura, avere uno sguardo laterale che vada al di là dell’apparenza. Il senso etimologico ci ricorda inoltre l’aspetto generativo: allo stesso modo in cui coltivare la terra dà frutto, coltivarci dà come frutto un sistema di senso a partire dalla nostra posizione nell’universo, e ci permette di condividerlo con altri. Coltivarci, infine, è uno strumento che ci aiuta sia nella ricerca del benessere, che nella ricerca della felicità. 
In senso allargato, per me la cultura è elemento costitutivo dell’identità individuale e collettiva, e il presupposto dell’idea stessa di civiltà.

Talvolta si considera la sfera culturale come lontana, separata dalla vita quotidiana, oppure solo per studiosi e appassionati. È così?

C’è un grande equivoco di fondo: troppo spesso la cultura è stata frettolosamente relegata come attività ricreativa legata al “tempo libero” e che, al massimo, può generare qualche forma d’indotto economico nel turismo. Questo paradigma, però, non considera un fatto: la vita quotidiana di ognuno di noi è pervasa di momenti culturali – siano essi piccoli e interstiziali, o al contrario esuberanti e simbolici. È cultura leggere un libro, ascoltare una trasmissione alla radio, guardare un film. Ognuno di questi momenti è una occasione per nutrirci – peraltro, proprio quando il cibo in senso stretto è esso stesso un momento culturale importante, vista la consapevolezza sempre più forte riguardo ai saper fare legati all’alimentazione, dalla provenienza alla qualità dei prodotti, dalla loro trasformazione alla storia della gastronomia.
La pandemia ci ha fatto capire ancor di più quanto la cultura sia importante per la nostra vita quotidiana: costretti a stare a casa durante il confinamento, abbiamo riscoperto altre possibilità di approfondimento culturale, o interagito con iniziative culturali che forse non avevamo intercettato in precedenza. Paradossalmente, ce ne siamo accorti proprio nel momento di massima difficoltà degli ultimi decenni per istituzioni culturali e professionisti della cultura: la chiusura degli spazi culturali.
Scoprire che la vita quotidiana è piena di cultura nelle sue svariate forme, ci permette di comprendere un paradigma diverso, decisamente più al passo con i tempi: riconoscendo il valore essenziale dalla cultura nella nostra vita, possiamo immaginare una cultura che abbia un impatto sociale, economico, educativo, o di supporto in momenti particolari della nostra esistenza – penso per esempio alla riabilitazione in seguito a un intervento chirurgico, o al trattamento di malattie neurodegenerative. La cultura può diventare elemento costitutivo di una nuova economia, per esempio rendendo la nostra città fonte e occasione di esperienze culturali per cittadini e turisti (non viceversa), intrinsecamente collegate al paesaggio e allo stile di vita che sappiamo proporre, che non genera solo contenuto ma, più semplicemente, benessere.

La cultura è decisiva per lo sviluppo personale, non solo durante gli anni di formazione scolastica, ma anche nelle fasi successive della vita. Come si può rendere la cultura più accessibile e attrattiva?
Normalizzandola, ovvero attraverso iniziative e attività che rendano la cultura un elemento della quotidianità, non un elemento eccezionale. In altre parole, qualcosa a cui ci si dedica non perché si ha tempo per farlo, ma perché è normale farlo. Un’esposizione continua che porta poi a riconoscere sé stessi, le proprie esperienze di vita, all’interno dell’opera d’arte, che sia un dipinto o un romanzo. Penso alle attività svolte da LAC edu – gratuite e rivolte a ogni fascia di pubblico, che propongono esperienze musicali, creative in ambito visivo, esperienziali in ambito performativo – vadano proprio in questa direzione, sempre più diffusa nel mondo così come in Svizzera – paese tra i più ricchi anche in termini di istituzioni culturali.

Oggi i luoghi della cultura non sono solo i musei, i teatri, le sale da concerto, ma anche le strade delle città, aree naturali, spazi virtuali e mezzi di diffusione digitali. Secondo lei una maggior facilità di accesso stimola e incoraggia la creatività anche nei fruitori?  
Non solo la creatività, ma anche semplicemente la salute: i fatti dimostrano che chi consuma cultura è più sano e vive più a lungo, risultato scientifico pubblicato a fine 2019 dall’OMS. Inoltre va ricordato che i fruitori sono spesso “proprietari” della cultura: i centri culturali pubblici sono di proprietà dei cittadini, che ne sono anche i principali finanziatori tramite prelievo fiscale, oltre che i maggiori portatori di interesse. La politica culturale dovrebbe quindi restituire la cultura ai cittadini, renderli veramente i beneficiari finali e farlo in tutte le forme possibili. Bisogna sicuramente renderla ancora più accessibile, identificando le peculiarità dei diversi pubblici esistenti, attuando strategie per svilupparli e coinvolgerli. Ci sono ancora delle barriere di ingresso, come i costi per accedere a un evento culturale, talvolta ancora troppo elevati; d’altra parte, anche per gli eventi sportivi spesso i prezzi dei biglietti sono nella stessa fascia. In questi anni, grazie agli sforzi delle istituzioni culturali della nostra città, sono aumentati gli eventi culturali a libero accesso – penso alle attività della Hall del LAC, ma anche a LongLake della Divisione Eventi, agli eventi pubblici all’aperto. Le occasioni non mancano, e, se si pensa non solo ai mezzi di comunicazione tradizionali, ma anche al digitale, le possibilità diventano illimitate: grazie al web e ad un banale smartphone abbiamo accesso a tutti i contenuti possibili, sfogliare archivi online, reperire trasmissioni, registrazioni, audiolibri, ebook, viaggiare in un’opera digitale immersiva… Detto questo, non possiamo certo fermarci e dobbiamo aprirci a strumenti e soluzioni che favoriscano la creatività e l’accesso ai contenuti culturali.

Come si immagina la Lugano del futuro, dal punto di vista culturale?
Mi immagino una città che dopo aver fatto dei passi da gigante nella creazione di poli culturali di eccellenza come LAC, MASI e il nuovo MUSEC, sappia aprirsi al sostegno della produzione culturale da parte sia degli artisti, che dei numerosi professionisti attivi nelle industrie culturali e creative. Queste professioni, suddivise dall’Ufficio Federale della Cultura in 13 cluster, insieme rappresentano oltre il 10% del nostro valore aggiunto a livello nazionale. Esse non sono soltanto un settore importante per lo sviluppo e l’economia, considerato il numero di addetti coinvolti; ma sono anche importanti per le condizioni di vita positive che costituiscono. Penso a chi lavora nel design, nella moda, nell’architettura, nell’editoria, alle produzioni musicali, al mondo del digitale, al gaming. Per essere attrattivi dobbiamo creare condizioni quadro favorevoli, offrire spazi collettivi attrezzati per produrre cultura con nuovi mezzi e nuovi linguaggi, meno barriere per lo sviluppo di start up in ambito culturale e possibilità di lavoro agile – le industrie culturali e creative ben si prestano al telelavoro, per esempio.

Quali sono i prossimi appuntamenti nella sua agenda culturale a Lugano? 
La primavera si prospetta ricca di appuntamenti. Un maggio in danza: penso alla prima edizione del Lugano Dance Project, promosso dal LAC in collaborazione con Franklin University, che porterà nella nostra Città di Lugano produzioni internazionali nella danza di ricerca. Penso anche alla Festa Danzante, manifestazione a livello svizzero che arriva a Lugano con numerosi spettacoli e corsi. A inizio maggio tornerà dopo tre anni di interruzione il Maggiolino, festival di teatro e arte per i bambini da 9 mesi a 5 anni. Sempre a maggio, grazie a Michel Gagnon, sarà ospite del LAC il Global Cultural District Network (GCDN), principale organizzazione a livello mondiale che si occupa di sviluppo a base culturale: saranno presenti i maggiori esperti per riflettere insieme sul futuro e su come la cultura possa essere una base per lo sviluppo anche sociale delle comunità.
I primi giorni di giugno ci sarà infine il festival Presenza, organizzato da OSI e dalla violoncellista Sol Gabetta. E poi le mostre per tutti i gusti: dall’arte Giapponese al MUSEC alla fotografia di James Barnor dove, a partire dal 22 maggio sarà anche presentata  una raccolta di arte moderna italiana, in collaborazione con la Fondazione Musei Civici di Venezia. Al LAC accanto ai pionieri della foto dal vero, a partire dal 1° maggio al LAC saranno presentate le poesie industriali di Marcel Broodthaers, in cui il grande artista belga ci porterà a viaggiare tra arte, linguaggio e comunicazione.

Infine, viviamo dei tempi turbolenti. Come ci può aiutare la cultura a pensarli, ad abitarli?
La cultura è tradizionalmente un terreno di incontro – non neutrale, perché prende spesso posizione e parte -, un luogo fatto di dialogo, inclusione, apertura e confronto, rispetto reciproco. Penso che la cultura offra un modello da attuare in tutti gli ambiti: nella stessa orchestra collaborano persone che vengono da paesi in conflitto tra loro, ma che in quel momento sono accomunati da un obiettivo più alto, da un progetto comune. Un modello che può alimentare una società che rispetta le specificità di ognuno e al contempo sa guardare oltre per costruire qualcosa che va al di là delle necessità dei singoli, creando una straordinaria sinfonia che genera, come si è detto, benessere nell’individuo e nella collettività.

Maggiori informazioni sulla Divisione Cultura: lugano.ch

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