“Una storia di amicizia e di coraggio” – Intervista a Livia Gionfrida, drammaturga e regista

“La regina della neve” è uno spettacolo per bambini che tratta della dipendenza digitale. “La regina della neve” andrà in scena al Teatro Foce il 3 luglio nel contesto della stagione estiva del Family. Ne parliamo con Livia Gionfrida, che ha curato drammaturgia e regia dello spettacolo.
14 Giugno 2022
di Silvia Onorato
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Foto: Anita Scianò

“La regina della neve” è uno spettacolo realizzato della compagnia Teatro Metropopolare, che rilegge un classico di Hans Christian Andersen con l’intento di avvertire i giovani sui pericoli legati alla dipendenza digitale. Ne parliamo con Livia Gionfrida, drammaturga e regista dello spettacolo.

“La regina della neve” è una fiaba scritta da Hans Christian Andersen più di 150 anni fa. Chi sono i protagonisti?
“La regina della neve” è una storia di amicizia e di coraggio, i cui protagonisti sono due bambini; una fiaba molto articolata e ricca di cassetti da aprire. Tra le tante possibili strade ho scelto di affrontare la tematica della dipendenza dagli strumenti digitali. Penso sia un argomento di cui è importante parlare ai bambini, facendoli riflettere sui pericoli che possono incontrare. Il protagonista, Kai, si imbatte in un personaggio molto affascinante, la regina della neve, protagonista di un videogioco chiamato Castello di ghiaccio: un videogioco in cui Kai si perde, intrappolato da innumerevoli livelli. Cadendo in preda dell’oblio, Kai si dimentica di tutto: della vita vera, di se stesso, dei suoi affetti. A salvarlo è l’amica Gerda, eroina femminile coraggiosa, che porta Kai fuori dal gioco attraverso una rosa, simbolo della loro amicizia e della natura.

Il riadattamento ruota attorno al tema della tecnologia: oggi i bambini non si perdono più in un bosco di alberi, bensì in un bosco digitale. Quali sono i pericoli che corrono?
Nello spettacolo i pericoli sono tradotti facendo uso della storia di Andersen. Per recuperare Kai, Gerda si imbatte in diversi personaggi, come i bidoni mangiamemoria, fiori magici, pettini che fanno dimenticare l’amicizia. Il pericolo maggiore, che insidia tutti, è dimenticare: dimenticare da dove si viene, i propri affetti, il rapporto con la natura.

Nello spettacolo viene pronunciata la domanda “Quanto tempo ho perduto?”. La dipendenza digitale è un tema di attualità anche per gli adulti. Lo spettacolo contiene spunti di riflessione anche per noi?  
Sì, perché quella della dipendenza dagli strumenti digitali è una questione che ci riguarda tutti; nelle famiglie questo può creare delle situazioni paradossali. Si fa presto a vietare ai figli di usare i dispositivi, quando poi siamo noi genitori a usarli tutto il tempo. Quanto tempo passiamo davanti agli schermi? Quanto tempo passiamo invece a contemplare la natura? C’è una riflessione profonda da fare, fondamentale per la nostra epoca proprio mentre stiamo distruggendo il nostro habitat naturale senza rendercene conto, distratti come siamo dai nostri schermi.

Gli strumenti digitali hanno numerose applicazioni considerate utili, come l’apprendimento online. Come si possono distinguere da quelle dannose?  
Il digitale è uno strumento, e come tutti gli strumenti è di per sé neutrale: vanno quindi compresi i rischi legati all’uso dello strumento. Noto però, parlando di questo tema con le persone, che tanti sono inconsapevoli dei potenziali pericoli nascosti nei social media e nei video presenti su internet e proposti ai bambini. Penso inoltre che il Covid abbia favorito un uso smodato e una diffusione pervasiva del digitale – chi ancora non aveva i dispositivi se ne è dotato. Il pericolo di lasciarsi risucchiare in una dipendenza è grande.
La soluzione, per me, è la consapevolezza: dalla consapevolezza nasce la protezione, che si concretizza nel limitare la durata dell’uso del digitale, e nello scegliere dei prodotti di qualità.
Passare meno tempo sul digitale permette di dedicare più tempo alle relazioni vere e dirette, con i propri amici, con la natura; non è una questione di opinione, è una realtà empirica dimostrata dalla vita stessa: è questo che ci rende più felici.

Oggi si parla di futuro in termini di Metaverso e di realtà virtuale. Forse siamo a un punto di svolta per riscoprire le relazioni reali?    
Purtroppo sono pessimista riguardo alla direzione di isolamento che abbiamo preso durante la pandemia, inizialmente frutto di una forzatura, ma ora consolidata abitudine. Con il collettivo Metropopolare lavoro spesso nelle scuole e ho contatto con i giovani: molti adolescenti rimangono chiusi in casa anche se non ci sono più restrizioni ed è possibile uscire. C’è una certa difficoltà a ritrovare la realtà e la natura. In questo senso, il teatro per me è controcorrente: in un’epoca di isolamento, il teatro è un mezzo e una occasione di incontro – che questo avvenga per strada, in un parco, a scuola, in carcere, poco importa. Con l’attività teatrale spero e lotto affinché l’incontro torni a essere protagonista della nostra vita.

“La regina della neve” andrà in scena il 26.08 al Teatro Foce.
Maggiori informazioni: luganoeventi.ch

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